18 novembre 2015

Impossibile cambiare?

Sino ad alcuni decenni orsono, gli atenei italiani hanno visto spesso nelle loro aule una classe docente all'avanguardia mondiale … Ma le cose oggi sono apparentemente cambiate. Oltre a un processo che ha visto erodere il patrimonio morale dell’università italiana, anche le regole formali del gioco non facilitano più, secondo alcuni, una selezione seria e meritocratica del personale universitario né un monitoraggio accurato dell’attività scientifica svolta da chi già ricopre una posizione a tempo indeterminato. Colpevole sembra essere un coacervo di concause difficilmente individuabili con chiarezza, anche se forse sono pure il frutto dell’estinzione di una generazione di studiosi di eccellenza e di grande dirittura morale, cui si può forse rimproverare di non aver saputo gestire efficacemente la loro successione  e di non aver combattuto quei mali della loro università (consorterie baronali, assenteismo) di cui essi erano immuni ma che tolleravano. Ma soprattutto il particolare regime giuridico-economico di favore di cui gode il corpo docente italiano. Si parla, infatti, di trattamenti privilegiati e non correlati alla produzione scientifica e quindi di una mancanza strutturale di incentivi che spingano i ricercatori a intensificare la propria competenza, come avviene invece in altri paesi … Spesso si sente affermare che il legame fra produttività e retribuzione dovrebbe essere esteso anche a coloro il cui compito è quello di produrre idee, le quali, però, non sono riducibili e assimilabili ad altri beni economici … È difficile valutare il rendimento (e la produttività) di coloro il cui compito è quello di pensare, riflettere, allargare il campo del sapere. Nell'area anglosassone la quotazione di un ricercatore avviene sulla base dei lavori (articoli) che egli ha pubblicato nelle riviste scientifiche considerate prestigiose. Tale meccanismo costituirebbe un efficace incentivo per gli studiosi a fare sempre meglio, a pubblicare con continuità e a non adagiarsi sugli allori … A prima vista, la logica di estendere il regime della concorrenza all'attività scientifica sembra ragionevole … ma a un’analisi più approfondita sorgono alcuni dubbi. Infatti richiedere a un ricercatore un flusso costante di risultati coronati dal successo editoriale, potrebbe disincentivarlo dal lanciarsi in progetti ambiziosi e rischiosi i cui risultati, eventualmente, troveranno attestazione scientifica più avanti nel tempo, inducendolo, al contrario, a concentrarsi su lavori di minore importanza ma di immediata visibilità (pubblicabilità) … L’altro problema è come si possa pervenire a stabilire oggettivamente la reputazione di una rivista considerata (poi) top, la quale ha il potere di apporre su un lavoro, anche mediocre, il marchio della qualità, sottraendolo di fatto ad ogni ulteriore criterio valutativo (magari frutto di una lettura attenta e profonda) … Come è possibile stilare un ranking dei giornali scientifici ? … Nella realtà a stabilire il prestigio delle tribune scientifiche d’eccellenza non sono i potenziali acquirenti (o consumatori), bensì gli stessi appartenenti alla professione, cioè non quelli che consumano le idee, ma quelli che le producono. In genere, invece, il giudizio sul pane non lo dà il fornaio, bensì l’acquirente  … Il processo che conduce alla classificazione delle riviste crea inevitabilmente ambiti di potere, che influenzano selezioni e valutazioni e tendono in linea di principio all'esclusione delle scuole minoritarie, le quali non riescono a far entrare i propri giornali in tali classifiche. Quindi, chi intraprende una carriera accademica deve preoccuparsi  di pubblicare i propri lavori sulle riviste top, il che a sua volta richiede un’adesione al credo maggioritario ... Si ha così il paradosso di consolidare il monopolio del pensiero dominante e indebolire il pluralismo e la differenziazione del prodotto tanto auspicate.
(Francesco Magris --- La concorrenza nella ricerca scientifica ---)


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