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28 ottobre 2015

Felicità non concessa.

Solo l’animale può essere felice, dice Leopardi. Perché solo l’animale obbedisce alla natura che è di gioire della propria perfezione. L’uomo non ha accesso a questo stato naturale … L’uomo tende costantemente a uscire dal suo stato naturale … L’uomo è un essere che non può realizzarsi senza l’artificio e senza il tempo. È quasi incapace di spontaneità, dice Leopardi … L’uomo non è mai nell’assoluto della felicità, l’assoluto del presente, l’assoluto della natura. È nel relativo, perché paragona il suo stato presente a un futuro possibile o un passato idealizzato. Paragona il suo stato naturale a ciò che potrebbe farne usando la sua libertà e i suoi artifici. Vuole cambiare. Dalla possibilità o necessità del cambiamento, del passaggio, dell’alterazione nasce la speranza di una felicità che, di fatto, non si realizzerà mai ma di cui non esistono prove che non possa realizzarsi. È dunque in questa sola speranza che risiede l’idea della felicità. Ma è la sorgente della sua infelicità … La ragione è pericolosa, dice Leopardi. L’uomo è un animale contro natura, perché è un animale ragionevole. E la ragione, contraria all'immaginazione e all'illusione, è contraria alla natura … La sola caratteristica naturale e innata che risiede nell'uomo non è l’amore della vita, ma l’amore di sé … Fuggendo da Firenze, dalla malattia, dalla povertà, dalla presunta derelizione per un amore non corrisposto, Leopardi cerca un male minore, non la felicità a cui non crede … L’amicizia di Ranieri era dolce, perché non prometteva niente. Non cercava di ottenere dall'amico più di quanto ne ricevesse, il che era già molto. Talvolta Leopardi si dimostrava tirannico con Ranieri, perché, non sperando in niente, non temeva di mettere in pericolo questa speranza per un eccesso di pretese.
(René de Ceccatty --- Amicizia e passione ---)

27 ottobre 2015

Acume e incanto.

È la tua opera migliore, Basil, quello che hai fatto di meglio – disse languidamente Lord Henry. Devi mandarla senz'altro al Grosvenor l’anno venturo. … Un ritratto come questo ti collocherebbe molto al disopra di tutti i giovani in Inghilterra e ingelosirebbe terribilmente i vecchi.
So che riderai di me – rispose l’altro, ma davvero non posso esporlo. Ci ho messo dentro troppo di me stesso.
Troppo di te stesso! Parola d’onore, Basil non ti credevo vanitoso a questo punto. Non riesco davvero a vedere la minima somiglianza fra te, con la tua faccia forte e angolosa, e questo giovane Adone che sembra fatto d’avorio e di petali di rosa. Andiamo, caro Basil, lui è un Narciso e tu, certo naturalmente tu ha un’espressione intellettuale e tutto il resto, ma la vera bellezza, finisce là dove l’espressione intellettuale comincia. L’intelletto è di per se stesso una forma di esagerazione e distrugge l’armonia di qualunque volto. Appena uno si mette a pensare, diventa tutto naso o tutta fronte, o qualche cosa di orrendo. Guarda gli uomini che hanno avuto successo in una qualsiasi delle professioni dotte. Non sono perfettamente schifosi? … Il tuo giovine amico, del quale non mi hai mai detto il nome, ma il cui ritratto mi affascina veramente, non pensa mai, ne sono perfettamente sicuro. È un essere senza cervello, bello, che dovrebbe essere sempre qui d’inverno, quando non abbiamo fiori da contemplare e sempre qui in estate, quando ci occorre qualcosa che raffreddi la nostra intelligenza. Non lusingarti, Basil; tu non gli assomigli affatto.
Non mi capisci, Harry – rispose l’artista. Certo che non gli assomiglio, lo so benissimo. Ti dirò che mi dispiacerebbe assomigliargli … In questo mondo i brutti e gli stupidi hanno la sorte migliore; possono starsene comodamente seduti a guardar la commedia. Non conoscono la vittoria, ma in compenso non sono costretti a conoscere la sconfitta; vivono come dovremmo vivere tutti, indisturbati, indifferenti e senza fastidi.
(Oscar Wilde --- Il ritratto di Dorian Gray ---)


25 settembre 2015

Bontà cercasi.

Caro papà, recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te … Sarei stato felice di averti come amico, come superiore, come zio, come nonno, si (sebbene con qualche dubbio), anche come suocero. Invece proprio come padre sei stato troppo forte per me … Ero un bambino pauroso … tu sai trattare un bambino solo secondo il tuo carattere, con forza appunto, con fracasso e irascibilità … La sensazione di nullità che spesso mi domina ha origine in gran parte dalla tua influenza. Avrei avuto bisogno di qualche incoraggiamento, di un po’ di gentilezza che mi facilitasse il cammino, mentre tu me lo sbarravi con l’intenzione, sia pure in buona fede, di farmene imboccare un altro. Io però non ne ero capace … Solo il tuo punto di vista era giusto, ogni altro era demenziale, stravagante, folle, anormale … alla fine non si salvava nessuno all'infuori di te. Ai miei occhi assumevi l’aspetto enigmatico dei tiranni … tutti i miei pensieri sottostavano alla tua pesante oppressione … Tutte le idee apparentemente sottratte alla tua dipendenza erano fin da principio gravate dal tuo giudizio negativo … Bastava essere felici per una cosa qualunque, esserne presi, tornare a casa, raccontarla, e la risposta era un sospiro ironico, un crollare la testa … Naturalmente nessuno pretendeva che ti entusiasmassi per ogni sciocchezza infantile quando avevi le tue preoccupazioni … Inoltre le delusioni patite da bambino non erano delusioni qualsiasi, ma colpivano in profondità giacché provenivano da te, l’autorità suprema … Era sufficiente che io esprimessi un certo interesse per qualcuno e tu già lo seppellivi di insulti, calunnie e denigrazioni senza alcun rispetto per i miei sentimenti …
(Franz Kafka --- Lettera al padre ---)