9 marzo 2016

Alterità (seconda parte)

... Così oggi sia gli occidentali sia i non-occidentali sono forse chiamati a rinunciare a una parte della loro identità originaria per una identità utopica, da intendersi non come un sogno, ma come un lavoro che impegna l’uomo a scoprire le possibilità che ancora non hanno trovato espressione …Quanti, quando parlano dello straniero esigono la sua integrazione nella nostra cultura, nei nostri usi e costumi, perché se vuole abitare con noi, lo straniero deve essere il più possibile come noi. Rapportandoci in questo modo allo straniero noi non ci mettiamo in questione, non discutiamo i nostri valori, ribadiamo semplicemente la nostra identità, che lo straniero, con la sua estraneità, concorre a rafforzare … Non è civiltà, né operazione di giustizia chiedere all’altro di compiere tutto intero il cammino che lo porta a me, da solo, in una logica che non è di cooperazione, ma sottomissione … Ogni volta che allontaniamo il problema della diversità, confermiamo la nostra paura del diverso, che è poi la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per se stesso, e da cui ogni giorno strenuamente ci difendiamo per mantenere la nostra identità … Più impazziamo a blindare il nostro Io più ci esponiamo all'invasione dell’altro, ottenendo dunque l’esatto contrario … Ma come si fa a incontrare davvero l’altro? … La coscienza di ciascuno di noi è sopraffatta dall'incombere dello sguardo dell’altro … e si ha il sospetto che se si affronta il problema della diversità, mettendo a fuoco solo la sofferenza, si finisce con il ridurre il mondo della diversità a un problema assistenziale … In questo modo perdiamo il confronto con la diversità, con la nostra e con quella altrui, per entrare spediti nella gabbia in cui inesorabilmente ciascuno di noi tende a rinchiudersi, credendo di essere il più normale dei normali … Io non penso che il razzismo scaturisca dal colore della pelle o dalle differenze culturali o religiose, ma sia piuttosto un sintomo che caratterizza le società sviluppate, attraversate da processi interni di disgregazione che minacciano l’identità collettiva e le condizioni di benessere …  E perciò, prima di identificare la propria patologia, si preferisce accusare lo straniero di essere causa della propria dissolvenza … Per ragioni economiche, dovute al fatto che nessuno di noi svolge più i lavori che affidiamo agli stranieri, accogliamo gli immigrati purché non si integrino, perché la loro integrazione cancellerebbe le differenze socialmente percepibili tra Noi (che ci consideriamo superiori) e Loro (che accogliamo solo se si mantengono a un livello inferiore e subordinato) … 
(Umberto Galimberti  --- I miti del nostro tempo ---)



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