17 dicembre 2015

Escamotage (prima parte)

Il tabù della morte è strettamente collegato al tema della divinità: se è vero, come sembra, che siamo gli unici nel regno animale a esserci inventati delle divinità proprio perché siamo anche gli unici a sapere di dover inevitabilmente morire. Solo inventandoci dio potevamo sopportare meglio una simile condanna, e magari sperare in una vita oltre la vita … Ignoro se dio esista o meno … mi accontento di vivere come se dio non esistesse … Secondo Richard Dawkins (etologo, biologo britannico … 1941-), l’ipotesi di dio oltre che superflua, è soprattutto dannosa: in effetti, è ormai arcinoto che i più odiosi pregiudizi vengono molto sovente propagati dalle credenze religiose e dalle pratiche liturgiche, come attestano gli orrori, gli eccidi, le iniquità d’ogni sorta di cui si sono rese responsabili le istituzioni religiose d’ogni tempo e paese … È evidente che, nel corso degli ultimi millenni, l’umanità abbia manifestato il profondo bisogno di riferirsi a una qualche divinità, e che la fede religiosa l’abbia potentemente sorretta nella lotta per la sopravvivenza. Secondo Luca Cavalli Sforza (genetista e scienziato italiano … 1922-) se così non fosse stato, se non avesse aiutato l’umanità a sopravvivere e a riprodursi, la religione sarebbe scomparsa da un pezzo dalla faccia della terra … L’invenzione di dio corrisponde a una nostra esigenza ancestrale (tuttora radicata) di comunanza o comunione. Paura della propria solitudine o paura dell’Altro? … L’esperienza religiosa ha la funzione di unirci, almeno idealmente, all'Altro … In biologia, fare gruppo è una strategia adottata già dalle cellule, prima ancora che dagli organismi viventi. Nulla è isolabile, se non in astratto, in qualsiasi ambito, ciascun elemento è caratterizzato dal rapporto con ciò che lo attornia … La socialità nasce da un’imperiosa esigenza per i nostri più remoti progenitori, la vita in gruppo era il solo modo che consentisse all'individuo di sopravvivere. Fuori dall'ambito protettivo del gruppo, la sopravvivenza era materialmente impossibile. Ciò vale per tutte quelle specie animali che nel corso dell’evoluzione si sono sempre caratterizzate come sociali. Nel caso della specie umana, questa vita di gruppo ha finito per dar luogo alla cultura, ci ha reso animali culturali e a contribuito via via a modificarci, nel cervello e nel comportamento, fino a renderci quelli che oggi siamo … Oltre che per una necessità di sopravvivenza, c’è un altro impulso che ci induce alla socievolezza: la nostra è una specie in grado di amare, e soprattutto bisognosa di amore. Questo impulso ad amare è genetico, non nasce dai rapporti con l’ambiente, e reclama sempre uno sbocco … Sennonché la nostra condizione di animali sociali bisognosi d’amore ci rende socialmente vulnerabili, in quanto molto esposti al rischio di subire l’iniziativa altrui, e quindi la sua invadenza … Questo disagio sociale si manifesta in una grande varietà di reazioni ed emozioni (insicurezza, inadeguatezza, inferiorità, evasione, fuga, ricorso alla violenza). Se poi ogni possibilità di reagire o di fuggire è preclusa, si somatizza lo stress (come si diceva erroneamente una volta) con l’ipertensione o i disturbi nevrotici … Sarebbe assurdo, però, ritenere che l’Altro venga percepito soprattutto come una realtà minacciosa o ingombrante, perché, si è visto, è in primo luogo oggetto di una primaria esigenza di rapporto sociale … L’altro non è tanto colui che vedo, quanto colui che mi vede, che mi espropria della mia identità di guardante, che mi degrada a guardato (quindi, di desiderato, apprezzato, disprezzato, di temuto …).
(Paolo Caruso --- Vivere senza dio ---)

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